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Mitomagia, tra Musica e Letteratura, di Arthuan Rebis

2025-10-04 21:17

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Cultura, mitomagia, arthuan-rebis, esoterismo, arte-fantasy,

Mitomagia, tra Musica e Letteratura, di Arthuan Rebis

Per esigenza calamitica ho coniato il termine Mitomagia; con il fine di chiarire e indicizzare ciò che influenza i miei romanzi e i miei album musicali

Per esigenza calamitica ho coniato il termine Mitomagia; con il fine di chiarire e indicizzare ciò che influenza i miei romanzi, i miei album musicali e la loro relazione sinergica.

L’arte mitomagica utilizza elementi tipici del magico-fantastico per andare più a fondo nella rappresentazione della realtà esteriore e interiore, ma c’è molto di più.

 

Da una parte c’è il Mito, quindi la mitopoiesi, dove gli elementi creativi ospitano il teatro degli archetipi, i quali, nell’anticamera del mondo immaginale e concettuale, avvolgono psyché in una danza di corrispondenze con forme, energie e suoni, con le essenze dei regni vegetale, minerale e animale.

Gli elementi mitomagici della narrativa e della drammaturgia, così come della pittura e della musica, sono mascheramenti dei grandi archetipi: custodiscono il potenziale simbolico-emotivo delle trame liriche, visive e sonore.

È stato ampiamente illustrato come tante voci da latitudini distanti cantino all’unisono le stesse fondamentali storie, miniere di verità nei miti indiani, sumeri, celtici, greci, egizi e così via. La letteratura mitomagica ha la stessa universalità dell’Alchimia, e ripropone questi canti, perennemente moderni, rinnovandoli attraverso stili e linguaggi.

Nella Mitomagia, la funzione del Mito opera costantemente in mascheramento, fedele al duplice senso originario dell’arte: Celebrazione e Trasformazione.

La Celebrazione include: l’arte come offerta sacra, la ricerca della bellezza (anche nei bassifondi dell’anima), l’aspirazione allo scioglimento dei confini e alla temporanea emancipazione dalla dittatura delle afflizioni.

La Trasformazione parte proprio da questa volontà di superamento, e indica perciò la presenza di opportunità di maturazione, grazie al teatro degli archetipi e alle loro luminose e ombrose emanazioni.

L’Arte ci cura tra catarsi e omeopatia: dai riti sciamanici a Euripide, dalle fiabe apotropaiche all’artificiosa scrittura dell’Atalanta Fugiens, dall’epica di corte ai ventriloqui di strada, dalla musica sacra alle ballate di trovatori irriverenti, da Shakespeare a Mary Shelley, da Dante a Miyazaki.

Tra maghi, animali immaginari, antenati mitizzati, golem, vampiri, fate, angeli, yaksha, demoni, dèi, alieni, chimere, spiriti elementali e infinite creature ancora più particolari, vi sono innumerevoli mascheramenti di un’unica matrice: il genio-anima umano, ponte tra noi e la coscienza universale indivisibile. Questo androgino Custode della Soglia è simile a ciò che gli alchimisti chiamano Monade, l’elemento primo per i Pitagorici e Giordano Bruno.

La prerogativa dell’arte mitomagica è un invito alla riconciliazione con l’anima, proclamato dalla voce potente e chiara dei simboli del profondo, che si vestono di personaggi, paesaggi, trame narrative e sonore.

Per permettere ciò, un autore, deve ricreare dentro sé uno spazio immenso e silenzioso, e farsi canale, divenendo egli stesso un personale proscenio dell’inconscio collettivo.

 

Continuando ad analizzare il termine: a fianco del Mito metto la Magia; ma quale? Ci sono due magie, ma questo non c’entra nulla con la classica divisione tra bene e male.

Tanti anni fa Gabriele La Porta mi disse che non amava la parola Magia. La sua era una posizione inusuale tra gli amanti del Mistero, e mi fece riflettere molto.

La radice etimologica persiana indica un potere da padroneggiare, che nei millenni si tradurrà soprattutto nella capacità di rivelare Natura, piuttosto che soggiogare Natura.

Se quindi un Mago è un ricercatore di verità che cerca di riconciliare l’Alto e il Basso (come l’arcano del Bagatto, ermetico e antroposofico), ogni Alchimista sa che rivelare significa velare doppiamente, e che nel suo essere ingannevole, il Cammino, indica la giusta direzione.

Il Mitomagico intende accogliere una Magia Amica che governa il fantastico: quella dell’inusuale, del meraviglioso e dell’extra ordinario. Una magia che sa stupire e coinvolgere entusiasticamente; che come un Bardo sa toccare tutte le corde facendo divertire, stupire, spaventare, commuovere e riflettere. E nell’abbracciare queste accezioni semantiche ed emotive, il Mitomagico, tiene conto che questa “magia”, immaginale o meno, è lo specchio del mondo fenomenico: non si oppone alla banalità della realtà mondana, ma piuttosto ne rivela il volto.

In che senso il magico-fantastico rivela l’ordinario?

Lama Yeshe, in una delle sue pillole di saggezza tibetana, spiegò che “Magic is not the path to liberation”, riferendosi alla speranzosa ricerca del potere sovrannaturale e miracoloso. La più potente magia è con noi da sempre, nella terra di mezzo tra nascita e morte. È solo con grande impegno meditativo, che per qualche breve istante, noi dilettanti, riusciamo a liberarci dal più tremendo incantesimo, quello della Magia Nemica, burattinaia, che domina il nostro afferrarci alla percezione (allucinata) della realtà. L’illusione più grande ci convince che le cose siano permanenti, ci strega nella cieca e assolutistica sudditanza agli organi sensoriali, alle impressioni soggettive, a emozioni e pulsioni, anche se queste non fanno che portarci a soffrire. La magia più potente è dunque una Magia Nemica: l’illusione che ci sia un “io” autoesistente e separato dal resto.

La magia amica, quella del fantastico, terrifico o sublime che sia, è illusione che rivela sé stessa, specchio che ci indica l’inganno di ciò che chiamiamo realtà. In qualche modo, è simile alle apparizioni spaventose descritte nel libro tibetano dei morti, le quali desiderano scuotere il disincarnato, farlo risvegliare. Un capovolgimento paradossale, vero? Non è un caso se i grandi saggi e i geni della storia hanno avuto grandi intuizioni superando gli stadi di coscienza ordinari e capovolgendo la loro vista, come l’Appeso di odinica memoria. Che poi, a dire il vero, lo stadio di coscienza ordinario non è ordinario per niente, ma è sotto l’effetto incantante di costanti inganni, come detto pocanzi.

In ultima analisi, la magia nemica, una volta riconosciuta come tale, può divenire il migliore alleato per coloro che sono un po’ più avanti nel percorso. La magia amica è un primo maestro elementare, ma anche lei, tutto sommato, ci spinge verso il superamento dei dualismi.

La magia amica, del magico-fantastico, ha il potere del Sogno, il quale parla il linguaggio del Mito, come hanno insegnato Jung, Hillman e molti altri prima e dopo di loro. Il sogno è illusorio al pari della realtà, con la differenza che in quest’ultima possiamo interagire direttamente con altre coscienze incarnate, e influenzare gli eventi in maniera considerevole, creando grande sofferenza o purificandone altrettanta. Insomma, nella veglia produciamo costantemente un karma molto efficace.

Il sogno, al pari del reale – che come detto è pseudo ordinario – è un’esperienza altrettanto valida e formativa per la coscienza. Le immagini percepite e riprodotte dalla mente nella veglia non sono meno soggettive. La potenzialità del sogno può essere trasportata nella veglia, se siamo consapevoli di quanto questa sia illusoria, ed è proprio nelle acque di questo stato mentale che David Lynch pescava le sue idee.

Il sogno può divenire crogiolo di Mitomagia, offrendo potenzialità straordinarie, e il sognatore può esplodere come in un big bang, frammentandosi in codici linguaggio al servizio delle dee delle idee. Una galassia ispiratrice diviene la vera autrice dettatrice delle opere di un artista mitomagico, che usa la magia del sogno per guarire dalla magia della realtà ingannevole e dittatrice. Il simile che cura il simile. La maschera che rompe le maschere. Catarsi e Omeopatia dell’Arte.

Grazie alla coltre, che per natura occulta le cose, è possibile osservare direttamente la luce, senza esserne abbagliati.

Per fare tutto ciò un artista non può fare ciò che vuole, ma solo ciò che può, perché sarà lui a dare forma alle cose dopo la prima fase medianica. È lui l’impresario del teatro degli archetipi e, durante la modellazione, vengono fuori la sua abilità, il suo mestiere, la padronanza tecnica e la cultura. Così parla l’omeopata Samuele Yon, nel mio romanzo Helughèa, il Guardiano Alato:

«Vedi Bard, parafrasando il grande Federico Fellini: ho risposto alla chiamata del mio nume interiore, proiettato in una specie di galassia nebulosa. Ho cercato di riconoscere i segni ed eseguire medianicamente, in uno stato di grazia. Il testo si è fatto scrivere, io mi sono messo al servizio, con la levità di un fantasma, la rapidità di un vampiro, senza preconcetti, per non infettare il messaggio. Questa tensione tra essere canale ed essere autore mi ha fatto sentire di ascendere leggero e libero, e allo stesso tempo di fare uno sforzo enorme, come se fossi Atlante che regge il mondo, ma sulle ali di un’ape.»

 

La giovane Fedya afferma più avanti:

Che sia sogno, realtà, fantasia, in qualsiasi dimensione la Coscienza fa esperienza, ed è un’esperienza valida. Che sia illusa o delusa, è luminosa. La sua natura è l’espansione. Ma spetta a noi scegliere.”

 

Mitomagia ricorda Psicomagia, Chiaramente. Jodorowsky è l’ultimo testimone attivo di un certo Novecento, quello delle Avanguardie, delle fresche eredità culturali ed esoteriche di fin de siècle, della mescolanza di sacro e profano, misterico-multiculturale e popolare. Il manifesto della sua arte terapeutica è da sempre ultramoderno, collocandosi tra Gurdjieff e l’essenza semplificata del rito sciamanico e del teatro dionisiaco. Anche io tendo a portare al centro le acque di molte fonti da cui mi sono abbeverato. Spontaneamente, nel mio raccontare, la mia umile comprensione di Nagarjuna desidera sottilmente inondare le storie; schizzi di narrativa gallese aspirano a bagnare il grembo delle dee che ho ammirato grazie a Marjia Gimbutas; flussi di Robert Graves tentano di schiumare nelle paludi del Faustismo, i cui mostruosi emissari rivelano cuori di cristallo.

Non ci sono limiti, ci sono solo sentieri e tante radici che si intrecciano nelle attività mitomagiche: un terreno ricco ed omogeneo, un vento di filosofie che con leggerezza e naturalezza deve abitare le storie, per renderle significative, educative e potenti. Non credo ci sia nulla di più moderno nell’essere creativi, benché la modernità effettiva remi contro tutto ciò che ritengo Arte.

L’arte mitomagica è famelica, si nutre incessantemente di Sapienza e dopo averla digerita ne rigurgita i diamanti fatti di voci ed emozioni, di utopie incarnate, e quindi lontane dagli intellettualismi di questo stesso articolo.

Una delle ambizioni mitomagiche è quella di avvicinare sempre di più Vastità ed Essenza, Complessità e Accessibilità, Contemplazione ed Epicità, Forma e Sostanza, Riso e Pianto, Dèi e Demoni, Gioco e Filosofia del Profondo.

 

Nella letteratura mitomagica la costruzione di un mondo “fantastico” non è invenzione, ma scoperta, e sorge dalla contemplazione, dall’offrire tutto lo spazio e la materia necessarie alla chiamata immaginale.

Lo sviluppo narrativo nel piano temporale orizzontale è votato alla ricerca di un tempo verticale: quello dell’intuizione, della folgorazione, dell’estasi, della contemplazione, della sincronicità, del rito, della guarigione. Un tempo che i greci chiamavano Kairòs. Una fluente e immobile brezza ispiratrice che i bardi chiamano Awen. Un livello meditativo che è come una tela vuota davanti a infiniti colori. È il tempo degli archetipi, che fa fiorire la profonda bellezza riconosciuta dagli umani, dal genio custode della loro specie.

«Onda su onda, passo su passo, sogno su veglia, tutto è insieme su un asse verticale. Un albero cosmico dove la Coscienza è un elemento che permea lo spazio e il tempo. È questa la chiave del Tempo Verticale. Allenati a contemplare tale visione che forgia l’impressione di un’eclissi luminosa ed eterna. Nel cercare questa Porta scoprirai un tempo qualitativo, e non quantitativo, che si erge immobile come la spina dorsale di uno Yogi

(Helughèa, Il Guardiano Alato)

 

In che modo l’arte mitomagica è terapeutica? Immergendosi nella lettura e nell’ascolto mitomagico, la nostra mente oscilla tra due attitudini contrapposte: attrazione o repulsione, risonanza o dissonanza.

Il teatro degli archetipi ci spinge oltre il mero dualismo di accettazione o rifiuto, mentre sperimentiamo i processi di tesi e antitesi.

È proprio come in Medicina, dove è possibile curare omeopaticamente, laddove il simile cura il simile; oppure allopaticamente secondo principi di opposizione ai sintomi, dove i contrari si curano con i contrari.

L’arte mitomagica mette in scena gli insegnamenti spirituali, nel grottesco e nel sublime, essi si manifestano nelle trame, dove nulla è lasciato al caso.

In quanto artigiano dell’arte immaginale e sonora, metto tutto ciò che ho a disposizione di un’idea letteraria, una volta che questa mi ha conquistato. Per questo motivo i miei romanzi sono ricchi di musica, con differenti livelli di originale integrazione tra i due. È una musica mitomagica e artigianalmente multimediale.

 

«Certe ferite sono inguaribili. Nel momento in cui tu accetti la loro inguaribilità hai fatto gran parte del lavoro, perché ti liberi dal dolore e dalla frustrazione di non riuscire a guarire.

(Helughèa, Il Guardiano Alato)


 

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